Gli Spettacoli
L’UCCELLINO AZZURRO E IL SEGRETO DELLA FELICITA'

regia di Gianmaria Martini
con i Ragazzi della Compagnia del Barone Rampante




Note di Regia

L’Uccellino Azzurro e’ il viaggio, l’odissea simbolico-esistenziale di Tytil e Mytil, giovani fratelli ma soprattutto categorie dell’animo umano alla ricerca del Segreto della Felicità. Tytil e Mytil, rappresentanti dell’intera umanità, durante il viaggio attraverso la conoscenza delle grandi e altissime tematiche umane e esistenziali, odissea che diventa l’unico fine della ricerca, imparano a comprendere e ad accettare pienamente la bellezza delle cose, il miracolo dell’esistenza che prima inconsciamente deprezzavano togliendogli di valore per proteggersi dalla sofferenza e dall’abisso della fine e della morte. Al termine del loro cammino i misteri non vengono svelati, tutto lassù, rimane così com’è, ma si attua, per i ragazzi, un cambiamento “orizzontale”, concreto e più grande, attraverso le categorie orizzontali, un cambiamento nel loro sguardo sul mondo ( “ouvre tes yeux !”) che farà amare loro la vita in modo totale e selvaggio, consci, finalmente che l’essere nati costituisce già in se’ un miracolo e la realizzazione di una possibilità su un numero infinito.
Mi sono avvicinato a questa fiaba teatrale, che risente evidentemente delle influenze del Simbolismo francese dell’epoca, rivestite però di cliché di impianto moralistico (il Tempo descritto come un vecchio burbero ecc) e razionale, cercando di scoprire “l’inconscio” di questa scrittura drammatica, attraverso le intuizioni degli attori, con cui non ho lavorato quasi mai a tavolino, perché ho intuito che solo dal testo “agito” si poteva liberare il suo “inconscio” con le sue verità e creatività bambinesche e i non sense che sgorgavano così imprevedibilmente da un impianto di una scrittura troppo ridondante che solo in questo modo in scena poteva diventare contemporanea, sintetica, asciutta, essere compresa e restituire a noi spettatori del Ventunesimo Secolo la verità delle cose e il nuovo sguardo sul mondo di Tytil e Mytil.
Coscio e inconscio, categorie orizzontali e verticali dunque, che nella recitazione diventano due cifre, una grottesca e una naturalistica, la commistione di due metodi (Strasberg e Stanislavskji) che si adattano alle circostanze e nelle scelte musicali una miscellanea di gusti e contenuti differenti, dalla solennità lirica della Traviata, al Classic Rock dei Led Zeppelin.

Gianmaria Martini

Note Scenografia e Costumi

I personaggi si muovono in uno spazio neutro in cui i diversi mondi, che faranno da sfondo al percorso di maturazione e crescita dei protagonisti, prendono vita mediante il preciso utilizzo degli elementi scenografici e delle luci. Il simbolismo sotteso al testo viene presentato allo spettatore mediante un muro multimediale, unico elemento fisso, al cui interno si succedono immagini scomposte. I costumi non costituiscono la rappresentazione dell'immaginario favolistico dell'autore, ma sono il frutto di un processo creativo attuato con i ragazzi al fine di supportare il loro lavoro interpretativo.

Anna Varaldo
Beatrice Iannello

UN GIOIOSO ED EMOZIONANTE SPETTACOLO DEL BARONE RAMPANTE CHE TRASMETTE BRIVIDI DI COMPLICITA’ CON LO SPETTATORE

Grandi applausi e molte risate hanno accompagnato dall’inizio alla fine questo rigoroso spettacolo, L’uccellino azzurro e il segreto della felicità il cui debutto fortunato è avvenuto a Mosca nel Teatro degli Artisti nel 1909 per la regia di Stanislaskij. Il grande regista russo aveva puntato sulla reverie liberty, un po’ ballettistica, presente nella fiaba teatrale dello scrittore belga di lingua francese Maurice Maeterlink (1862-1949), che sceneggia in sei atti per dodici quadri complessivi, il sogno di due fratellini, l’ardimentoso Tytil e la spaurita Mytil, che vivono con i genitori in una capanna di boscaioli nella foresta. Scortati da una fata, Berrylune, che forse è una anziana vicina di casa, i due vanno alla ricerca della felicità (l’uccellino azzurro) attraverso un viaggio di iniziazione all’età adulta che li porta, con la guida della Luce, dell’Acqua, del Pane, del Fuoco, dello Zucchero, del Latte, in compagnia di una gattina e del cane di casa, tutti dotati di figura e di voce umana dalla forza magica di un diamante, nel Paese del Ricordo dove rivedono e parlano con i loro nonni e il fratellino che sono morti. Arriveranno poi nel Palazzo della Notte, nella Foresta dove subiranno un processo, perché esseri umani, da parte degli alberi e degli animali, nel Giardino delle Felicità dove incontreranno le grandi e le piccole Felicità, vale a dire le gioie riservate solo ai ricchi e quelle a buon mercato concesse anche ai piccolo borghesi, e nel Regno dell’Avvenire. Il loro pertanto è un cammino di conoscenza attraverso la vita, la morte, il tempo, alla ricerca della felicità. Il testo si conclude, al risveglio, nella casa dei genitori, dove è sempre stato l’uccellino, senza che i due bambini si accorgessero che fosse azzurro. Il dramma di Maeterlinck, che nel 1911 avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, presenta molte tendenze simboliste, con incantesimi di fate e un finale edificante: la felicità è a casa propria.
L’attore triestino Gianmaria Martini, coadiuvato per le scene e i costumi da Anna Varaldo e Beatrice Iannello (interessanti le scenografie scarne, movimentate a vista dagli attori e la presenza di quattro televisori, “unico elemento fisso, al cui interno si succedono immagini scomposte” ), per le luci di Pietro Zanella e per la fonica da Mirco Pilidu, ha firmato per la Compagnia del Barone Rampante la regia e l’adattamento del testo, dalla fiaba teatrale di Maeterlink. Lo spettacolo è una sfida forse inconsapevole a quello onirico-fiabesco allestito per la prima volta dal compianto Luca Ronconi nel dicembre 1979 a Reggio Emilia, che era destinato ad un pubblico misto, di adulti e bambini. La rappresentazione di Ronconi, lunga inizialmente oltre le quattro ore, tuttavia perché troppo geometrica, compiaciuta e manieristica, risultò fondamentalmente fredda, glaciale e monotona col risultato di fatto di essere vista quasi esclusivamente da adulti. Va segnalato anche che Ronconi forse volle misurarsi col film diretto nel 1975 da Cukor, Il giardino della felicità (The bleu bird), con Jane Fonda, Elisabeth Taylor e Ava Gardner.
A Gianmaria Martini va riconosciuto il duplice merito di avere innestato nel testo trovate molto felici e di avere sfrondato il copione degli elementi di art-déco e delle sdolcinature della feerie che fecero di quest’opera l’emblema del teatro simbolista in opposizione al Naturalismo imperante sulle scene a cavallo tra Otto e Novecento. Anche i costumi casual “non costituiscono la rappresentazione dell'immaginario favolistico dell'autore, ma sono il frutto di un processo creativo attuato con i ragazzi al fine di supportare il loro lavoro interpretativo”. Martini ha creato con l’aiuto di venticinque attori giovani e giovanissimi e di due adulti, un suggestivo, rigoroso e fantastico itinerario, destinato ad adulti e bambini, nel regno delle fiabe. Riporto per il fresco impegno i loro nomi, seguendo l’ordine alfabetico dei cognomi: Caterina Bussa, Nina Maria Canfora, Gaia Capelli, Lorenzo Carnielo, Caterina Cennamo, Adelaide Colman, Gaia De Giorgi, Elia Farinazzo, Iacopo Ferro, Anita Ettore e Lorenzo Gallo, Davide Gavini, Angelica Girello, Beatrice Iannello, Alessio Illiano, Anna Luison, Alice Mascarino, Marcella Maggi, Giorgio Martini, Francesca Mina, Elia Mazzon, Pietro Ramello, Francesco Rossi e Irene Vignola. Ne risulta una rappresentazione di grande spessore, che andrebbe riproposta altre volte in edifici teatrali o all’aperto. A rendere dinamico questo spettacolo, che è godibile e gioioso dall’inizio alla fine, contribuiscono in maniera determinante le improvvisazioni inventate durante le prove e una partitura musicale di complessivi ventotto brevi brani che iniziano con U.n.k.le- Hold my hand e con Johann Strauss, utilizzati nel film di Kubrick 2001 Odissea nello spazio, e si concludono con Sogna ragazzo sogna di Vecchioni e L’anima non conta dei The Zen Circus, passando attraverso tra gli altri a Led Zeppelin, Mia Martini, Beethoven, Guccini, Masini, i Pink Floyd e Bach.
Roberto Trovato già Professore Associato di DRAMMATURGIA all'Università di Genova


I RAGAZZI DELLA VIA PAAL

(dal celebre romanzo di Ferenc Molnár)
Regia e Adattamento
Andrea Nicolini
con i Ragazzi della Compagnia del Barone Rampante


Note di Regia

Mettere in scena quella che per molti osservatori è una vera e propria epopea giovanile, non era semplice. Ma quando si ha a disposizione la forza dell’immaginazione e l’energia potente dei ragazzi del Barone Rampante, l’autenticità e la proiezione in quel mondo diventano immediate. La via Pal è la storia dei nostri stessi ragazzi, che sempre di più si sono immedesimati in questi loro “compagni” di quasi un secolo fa. Hanno fatto diventare il palcoscenico il campo stesso della via Pal, cioè il luogo deputato e prescelto dove si può scatenare l’immaginazione.
Così lo spettacolo ha inizio con un gruppetto di ragazzi dei nostri giorni che si imbatte per caso, come all’interno di un buco spaziotemporale, in quei ragazzi di allora, i quali si trovano come in un fermo immagine o in una fotografia, e basterà una folata di vento buono a liberarli da quell’immobilità. Di conseguenza i ragazzi di adesso potranno rivivere quest’ avventura potente insieme ai loro compagni antichi.
Il centro della storia si vive senz’altro tra le trincee della via Pal, ma gli ambienti nel libro variano velocissimamente: dalla scuola alla strada, dal giardino dell’Orto botanico, campo di azione delle Camicie rosse, ai muri di cinta, alberi ecc. ecc. Per questo motivo, assieme alla scenografa Anna Varaldo, abbiamo optato per un insieme di parallelepipedi praticabili che modificano in pochi istanti gli ambienti necessari a raccontare. Diventano banchi, trincee, muri, in un batter d’occhio. Sono vecchie casse, tutto quello che i ragazzi hanno a disposizione.
Ho notato durante le prove quanto ancora la presenza di questi oggetti da costruzione (quasi degli enormi Lego) sia stato di stimolo all’immaginazione per i miei splendidi attori e attrici.
E le ragazze che cosa c’entrano? Ci si chiederà. Se, nel romanzo, questa è una storia molto maschile, dove la parte femminile finisce per diventare secondaria, (le figure di una madre o di una sorella), nel nostro spettacolo ragazze e ragazzi rappresentano le parti contrapposte e conflittuali in campo: le Camicie Rosse sono femmine, che si trasformano in selvagge pericolose come pantere, i ragazzi della va Pal sono tutti maschi che s’inventano gradi come dei giovani soldatini giocherelloni. Il loro conflitto nasce quindi anche da un diverso modo di sentire.
La musica ha una parte rilevante nello spettacolo: ciascun gruppo ha i propri inni e le proprie canzoni, le proprie danze propiziatorie. Come in uno splendido grande gioco, che è questa scatola magica chiamato Teatro.



PETER PAN E I RAGAZZI PERDUTI

(da "Peter Pan. Il bambino che non voleva crescere." di James M. Barrie)
Regia e Adattamento
Gianmaria Martini
con i Ragazzi della Compagnia del Barone Rampante


Note di Regia

"La messa in scena andrà verso una rottura della tradizione tendenzialmente naif di trasposizioni cinematografiche realizzate nel corso degli anni dal primo Peter Pan della Walt Disney all’ultimo di P. J. Hogan, operazioni che hanno adattato il testo originale di J. M. Barrie con la finalità di creare prodotti rivolti principalmente a un pubblico di bambini e ragazzi, staccandosi però dai reali contenuti tematici e dalle cifre stilistiche dell’opera originale.
Il Peter Pan di Barrie non è solo e semplicemente un ragazzino che non vuole crescere e che si trastulla in un mondo ideale, divertente e vagamente bonario; egli presenta una natura difficile da penetrare, che porta inconfutabilmente con sé anche tendenze drammatiche e oscure, riguardanti sia la sua psicologia sia la fonte della sua reale natura. Questa natura riguarda, ad esempio, la spietatezza e la violenza con le quali Peter domina sul gruppo dei ragazzi perduti, e un’ombra impenetrabile che avvolge la verità della propria origine con una serie di continue contraddizioni.
La messa in scena vuole fondere gli elementi “leggeri” che danno toni grotteschi e divertenti all’opera con quelli sopra riportati, restituendo così la tridimensionalità che la drammaturgia di Barrie originariamente presenta, deviandola però verso un immaginario prevalentemente dark (che prende organicamente spunto da descrizioni e suggestioni riportate dall’autore stesso). Inerentemente a ciò, il rifiuto del protagonista e di molti altri personaggi di vivere la vita “reale” richiama una tematica che ha in sé lo stesso rifiuto: il suicidio. Da qui la scelta di circondare e contaminare lo spettacolo anche con musiche di autori rock, alcuni dei quali hanno fatto di quel rifiuto la loro non-vita, da Kurt Cobain a Joy Division, contemporaneamente all’autoironia dello spettacolo, che “prende in giro se stesso”, soprattutto là dove lo spettatore contemporaneo non si stupisce: il testo di J. M. Barrie infatti, scritto all’inizio del 1900, era estremamente innovativo in quella data, esempio più lampante di questa innovazione “il volo” di Peter Pan e ragazzi. Oggi nessuno rimarrebbe più stupito davanti a un attore appeso a un filo che finge di volare, o riderebbe di fronte a battute o dimensioni “old age”, come per esempio quella di un padre (il Signor Darling) che va a in ufficio nella cuccia di un cane-governante, pensando così di supplire alla sua anaffettività paterna.
Questo rifiuto, uno dei temi centrali dell’opera, crea inoltre un confine tra la negazione dell’esistenza e l’accettazione di essa e va a creare, in questi termini, due macro categorie dell’essere umano.
Per evitare di dare una visione univoca delle due macro categorie, incarnate da Peter e Wendy, ho scelto di far interpretare i due protagonisti da più allievi-attori e attori, i quali si alterneranno durante lo sviluppo scenico grazie a dinamiche registiche: questo crea una grande coralità all’interno di tutto lo spettacolo, e, in un’ottica più profonda delle dinamiche recitative, comporta un’assenza di protagonismo nel senso più stretto del termine.
I protagonisti NON si alterneranno a canone (come nei classici saggi delle scuole di recitazione), non volendo questo spettacolo essere solamente un saggio ma un’esperienza autenticamente artistica che avvicini l’allievo a un alto livello di professionalità.
L’opera divide i personaggi in due categorie: i personaggi tridimensionali (come Peter e Hook) e i personaggi bidimensionali (come la ciurma dei pirati). Per la costruzione dei primi verranno usati alcuni elementi del “metodo Strasberg”, ma prevalentemente elementi del “metodo Stanislavskij”; quest’ultimo permette all’attore di imparare a creare e a gestire con precisione la caratterizzazione sia fisica sia psichica del personaggio. Per i secondi invece saranno utilizzati aspetti che appartengono, per la maggior parte, alla tradizione del “metodo Costa”, ideale per far raggiungere all’attore un alto livello di credibilità anche su personaggi fortemente caratterizzati." Gianmaria Martini


ROMEO E GIULIETTA


ROMEO E GIULIETTA
di William Shakespeare

Traduzione di Fausto Paravidino

Con Eva Cambiale, Carlo Orlando, Manuel Zicarelli
e i Ragazzi della Compagnia del Barone Rampante (in o.a.)


Alessandro Badano
Letizia Betti
Lucrezia Boda
Agata Bosio
Francesco Bosio
Paola Calcagno
Camilla Caramella
Francesca Ceravolo
Virginia Dalla Torre
Gaia De Giorgi
Elia Farinazzo
Iacopo Ferro
Anita Gallo
Guia Perrone
Tosca Perrone
Carlo Emilio Piccardo
Giulia Pozzi
Ilaria Pozzi
Francesco Repetto
Veronica Ruffino
Sofia Salamone
Mattia Ugo Gambetta


Scene Gabriele Resmini
Costumi Anna Varaldo
Assistente alle scene e ai costumi Beatrice Iannello
Direttore di Scena Pietro Zanella
Tecnico Luci Michele Abrate Trucco e acconciature Maddalena Pizzonia e Giulia Pozzi

Regia e Adattamento
CARLO ORLANDO & EVA CAMBIALE

ROMEO E GIULIETTA – NOTE DI REGIA


Un pensiero sullo spettacolo

Queste non sono vere e proprie “note di regia”, ci auguriamo che lo spettacolo non ne abbia bisogno. Questo lavoro nasce da una ormai lunga collaborazione con la “Compagnia del Barone Rampante”, una realtà che in dieci anni ha saputo fare di Borgio una città teatralmente sempre viva, un centro di formazione e studio di ottimo livello per i giovani della città e della provincia che in tutti questi anni hanno imparato ad amare e conoscere il teatro, alcuni arrivando anche a farne una professione, nei più diversi ambiti.
Questo spettacolo nasce da loro, tutti loro, senza distinzione d’età e formazione, ed è realizzato con loro e per loro. È teatro ragazzi? No, non proprio, perché accanto ai ragazzi recitano anche i loro insegnanti e altri attori professionisti. E’ quindi uno spettacolo “professionale” in tutto e per tutto? No, nemmeno. Per le stesse ragioni di cui prima.
Quindi, cos’è? Qualcosa di unico e autentico, di non facilmente definibile: un Romeo e Giulietta dove i ragazzi sono ragazzi davvero, finalmente portati in scena con l’età anagrafica immaginata da Shakespeare, con la loro freschezza, la loro energia e spontaneità, e anche con l’ingenuità e l’immaturità sacrosanta a quell’età, e i grandi sono i grandi, un po’ insegnanti, un po’ colleghi, un po’ fratelli maggiori.
Una compagnia un po’ antica, dove si fa scuola ma si impara facendo, calcando le assi del palcoscenico di fronte a un pubblico pagante, assumendosi la responsabilità della propria passione e del proprio talento. È il racconto di Romeo e Giulietta ed anche il racconto di questa compagnia, più unica che rara, che in questi anni ha costruito grazie alla bellezza, alla cultura e al teatro, un argine contro il degrado e l’abbruttimento, un’isola felice dove si può ancora giocare con la poesia, il teatro, il silenzio.
Una compagnia che lavora per fare propria la massima di un grande attore, meraviglioso pedagogo: “Tutto il teatro non è altro che amicizia - tranne che per coloro che discutono per avere ragione e che perdono questa amicizia, per vanità o amor proprio.”

Carlo & Eva



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Pene d’amor perdute


Adattamento e messa in scena DI MAXIMILIAN NISI
Con gli studenti DE LA COMPAGNIA DEL BARONE RAMPANTE
Scene di ANNA VARALDO
Assistente alle scene LUIGI SIRONI
Assistente ai costumi CRISTINA FERRAZZI
Luci di MICHELE ABRATE
Tecnico del suono ALESSANDRO BALBI
Coordinamento MARCELLA REMBADO

Il vero protagonista di questa pièce è il tempo. Il tempo che brucia la vita in un soffio, in un attimo.
È per vincere su quell’attimo e per trionfare sulla morte, che ineluttabile cancella il breve passaggio degli esseri viventi sulla terra, che il re di Navarra e tre suoi amici decideranno di sfidare il tempo, costruendo azioni ed opere che possano conferire eternità ai loro gesti e alla loro storia. Giureranno per questo e sottoscriveranno solennemente un impegno secondo il quale per tre anni si impegneranno a dedicare la loro vita unicamente alla contemplazione e allo studio, lontani dai piaceri della carne e dai divertimenti futili.
Ma il tempo della vita smentirà i loro eroici proponimenti.
La principessa di Francia, infatti, e tre sue amiche giungeranno a Navarra per una missione diplomatica e la loro presenza sconvolgerà i buoni propositi dei quattro giovani. Le quattro donne saranno portatrici di un altro modo di intendere il tempo della vita: l’attimo, proprio perché tale, merita di essere vissuto fino in fondo, soltanto l'attimo permette alla vita di acquistare il senso pieno di un’avventura e di un tragitto. Il progetto degli uomini sarà destinato a fallire, e sarà ancora il tempo a scandire i termini della rivincita delle donne, le quali costringeranno gli uomini rinsaviti ad attendere addirittura un anno prima di concedersi a loro.
Maximilian Nisi

PERSONAGGI E INTERPRETI

FERDINANDO RE DI NAVARRA IACOPO FERRO
BIRON CARLO EMILIO PICCARDO
LONGUEVILLE FRANCESCO REPETTO
DUMAIN EDOARDO OLMO
LA PRINCIPESSA DI FRANCIA ELISA SIRONI
ROSALINA GAIA DE GIORGI
CATERINA SAMIRA MOHAMED SLIEM
MARIA FRANCESCA CERAVOLO
BOYET LORENZO VIO
DON ARMADO FRANCESCO BOSIO
OLOFERNIA ELEONORA SIRONI
CUCUZZA LORENZO CARNIELO
GIACOMINA CAMILLA CARAMELLA
TIGNOLA VERONICA RUFFINO
GNOCCO GUIA PERRONE
IL PROLOGO ALESSANDRO BADANO
TITANIA ELEONORA SIRONI
LE FATE: VIRGINIA DALLA TORRE, NINA MARIA CANFORA, ADELE ROBUTTI, FRANCESCA MAGLIO, VICTORIA DALLA TORRE, CAMILLA ANTONELLI, LUDOVICA VALLOTTA
PUCK ELIA FARINAZZO
CUPIDO FRANCESCO ADDEZIO
ACCOMPAGNAMENTO AL PROLOGO VERONICA RUFFINO


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La Rosa Bianca


Una mattina di febbraio del 1943, Hans e Sophie Scholl, fratelli e fondatori de La Rosa Bianca, gruppo di resistenza non violento e di propaganda contro il regime nazista, decidono di diffondere dei ciclostilati inneggianti alla resistenza non violenta nell’atrio dell'Università Ludwig Maximilian di Monaco.

Il testo teatrale di Lilian Groeg ripercorre gli ultimi cinque giorni di vita dei fratelli Scholl e degli altri tre giovani componenti e fondatori del movimento, interrogati dalla Gestapo prima, e successivamente condannati a morte per decapitazione.

Nel corso della rappresentazione, si racconterà di come il sentimento di indignazione e di impotenza abbia portato i cinque amici a decidere di ribellarsi e cercare di risvegliare negli animi del popolo tedesco i sentimenti di libertà e fratellanza, soffocati dal terrore Hitleriano, in uno stato che stava sopraffacendo il popolo tedesco, negando e perseguitando qualsiasi forma di libera espressione e opposizione al regime.

E’ facile rintracciare nella storia di Sophie Scholl i segni di un personaggio fuori dal tempo e dalla storia, appartenete piuttosto al mondo del Mito.

Non si può fare a meno di risentire le parole della dolce piccola e infuriata Antigone di fronte all’ingiustizia imposta dalle leggi di Stato e dal Potere. Personaggi che diventano un simbolo, colossi di umanità, che ci parlano ancora, dai quali ancora dovremmo trarre ispirazione e linfa per trovare dento di noi il germe di un’intima ribellione fondata sui valori democratici di uguaglianza e libertà.

Questa è la storia che i giovanissimi allievi attori della scuola di recitazione del Barone Rampante di Borgio Verezzi ci racconteranno.

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Pinocchio: Storia di un burattino


Chi è Pinocchio? Un burattino senza carattere?
Carattere ne ha; dalle prime battute, quando è ancora un pezzo di legno, si ribella e protesta… Poi, diventato burattino, corre e agisce senza mai soffermarsi sulle conseguenze.

Allora è privo di coscienza?

Anche la coscienza ce l’ha! Arriva da fuori, aldilà del suo corpo di legno, incarnata da un Grillo Parlante (nel nostro caso una moltitudine di grilli), che consiglia e avverte, ma viene sistematicamente ucciso da Pinocchio.

Ma la coscienza non si può annichilire; il Grillo Parlante risorge, ogni volta con più vigore, con quel noioso e necessario “Te l’avevo detto”.

Quel “Te l’avevo detto” che ogni adulto, che sia maestro, genitore, amico, consigliere, si trova a ripetere costantemente ai bambini.

La stessa frase che i bambini una volta adulti non accettano più di ascoltare.

Con Pinocchio ognuno di noi compie quell’indimenticabile viaggio che porta la volontà di vivere liberi, senza responsabilità, “a modo mio”, allo scontro con il mondo degli altri e del vivere insieme.
Siamo tutti dei monelli che piano piano conquistiamo, nonostante tutto, il nostro irrevocabile diritto ad essere amati… Non solo l’amore incondizionato di chi ci ha creato, ma anche quello delle forze più profonde e misteriose della natura. La Fata Turchina, per esempio, seppur voce della coscienza, è soprattutto la voce della Natura che tutto assume, integra e accetta come naturale e necessario.
Pinocchio è un’opera universale, che racconta le estreme difficoltà di trasformarsi e di cambiare per essere accettato, compreso, amato.
Il Gatto e la Volpe impongono a Pinocchio delle scelte sempre più rischiose dalle quali Pinocchio non si salverebbe mai se non fosse protetto dalle tre forze che modellano l’uomo: l’Amore (Geppetto), la Natura (Fata Turchina) e la Ragione (Grillo Parlante).
Il nostro Pinocchio vuole raccontare proprio l’incontro/scontro di tutte queste forze e il finale e faticoso approdo a quel “bambino per bene” che tutti hanno preteso da lui.

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WebMaster: Luigi Sironi - postmaster@compagniabaronerampante.it